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  Palazzo Le Roy
 
   
 

 

La storia

Il palazzo prende il nome dal committente, il prelato francese Tommaso Le Roy che lo fece costruire su progetto (1523) di Antonio da Sangallo il Giovane (1483-1546). Dal 1948 ospita la collezione di Giovanni Barracco che era nato nell' aprile 1829 a Isola Capo Rizzuto . Alla morte del padre, nel 1849 , Giovanni si trasferì a Napoli presso il fratello maggiore che aveva stabilito la sua residenza in un sontuoso palazzo a via Monte di Dio. La famiglia, ormai pienamente inserita negli ambienti aristocratici napoletani aveva scelto di aderire, dopo i moti del '48, agli ideali liberali che animavano lo scenario politico dell'epoca. L'impegno politico di Barracco e le sue idee liberali lo portarono a partecipare attivamente all'organizzazione del Plebiscito e a ricoprire la carica di consigliere comunale a Napoli nel 1860 , mentre nel 1861 il collegio di Crotone lo elesse deputato nel primo parlamento dell'Italia unita come rappresentante della destra storica.

In questa veste si trasferì a Torino , allora capitale del Regno e, dopo un breve passaggio a Firenze , legato allo spostamento della capitale, Barracco giunse a Roma e scelse la città come sua patria d'elezione.
Fu rieletto alla Camera dei deputati oltre che per l'VIII (quella del primo parlamento unitario) anche per la IX, l'XI e la XII legislatura, ricoprendo la carica di questore e poi di vicepresidente della Camera. Nel 1886 , su proposta di Agostino Depretis, Barracco fu nominato Senatore del Regno : anche al Senato ricoprì la carica di questore occupandosi attivamente e con passione dei lavori di restauro e di abbellimento di Palazzo Madama, impegno che ricordò in un volumetto edito nel 1904.

In quegli anni si occupò attivamente dei provvedimenti relativi al patrimonio artistico: nel 1888 intervenne sulla creazione della Passeggiata Archeologica e sulla redazione della Legge Coppino “per la conservazione dei monumenti e degli oggetti di arte e di antichità”.

Ma non dimenticò la Calabria: memorabile rimase un suo intervento del 1906 sui “provvedimenti a favore delle Calabrie dopo il terremoto del 1905”.

Gli anni trascorsi a Napoli e l'amicizia con Giuseppe Fiorelli che sarà direttore degli scavi di Pompei e del Museo Archeologico di Napoli, gli aprirono le porte del mondo dell'archeologia, suscitando in lui una vera passione per l'arte e, in particolare, per la scultura antica.

Nel 1902 Barracco donò la sua collezione al Comune di Roma : ne ebbe in cambio la disponibilità di un terreno edificabile allo sbocco di Corso Vittorio Emanuele II sul Lungotevere, dove fece costruire, su progetto di Gaetano Koch , un edificio neoclassico destinato ad ospitare la raccolta, con il nome di Museo di Scultura Antica . Negli anni '30, in occasione di una ristrutturazione urbanistica della zona, il museo di Koch fu demolito e solo dopo più di dieci anni, nel 1948 , la collezione Barracco trovò una sistemazione definitiva nell'attuale sede della “ Farnesina ai Baullari ”.


La costruzione

Il Palazzetto sorge su resti di età tardo romana, rinvenuti a circa 4 metri dall'attuale piano stradale, nel 1899, durante lo scavo effettuato per rinforzare la facciata della fabbrica cinquecentesca su Via dei Baullari, dopo l'apertura di Corso Vittorio Emanuele II, destinata a collegare Piazza Venezia con il Tevere, come previsto dall'imponente progetto approvato dal Comune di Roma nel 1882. Le strutture in questione hanno evidenziato parte dell'alzato di un edificio con perimetro scandito, ad intervalli regolari, da colonne a fusto liscio. La pavimentazione documenta differenti fasi edilizie nelle lastre rettangolari di cipollino, più volte restaurate in antico, e nelle formelle di opus a modulo quadrato; mentre la decorazione parietale è testimoniata da affreschi, su quattro pannelli frammentari a soggetto acquatico e venatorio, e da incrostazioni marmoree. Controversa appare infine la destinazione del complesso posto in relazione con gli stabula , locali del Circo o Trigarium , genericamente individuati nell'area adiacente, oppure pertinente ad un edificio pubblico o ad una delle domus, che in età tardo-antica sono menzionate dalle fonti nella zona del Campo Marzio occidentale.

L'elegante palazzina è situata nel cuore della Roma rinascimentale, caratterizzata dal classicismo rinascimentale dell'attività di Bramante, Raffaello e Michelangelo, eretta probabilmente su disegno di Antonio da Sangallo il Giovane. E' nota anche come "Farnesina ai Baullari" perché i gigli che ornano la sua architettura venivano erroneamente attribuiti ai Farnese. Appartengono invece allo stemma araldico del prelato bretone Le Roy, che faceva edificare il palazzetto intorno al 1524.

A partire dalla prima metà del Seicento la proprietà passava ai vescovi Silvestri, originari di Cingoli, nelle Marche, e "familiari" di Urbano VIII (1623-1644), che facevano eseguire gli affreschi che ornano la loggia inferiore e gli interni dell'edificio da un pittore, o da più pittori, forse della cerchia di Agostino Tassi.

Nel corso del XVIII secolo e fino alla prima metà dell'Ottocento, il palazzetto passava attraverso numerosi cambi di proprietà, mantenendo tuttavia l'assetto a due piani con entrata principale da vicolo dell'Aquila e facciata posteriore a logge, testimoniati in un'incisione del Falda del 1655. Sappiamo tuttavia che già prima del 1863 venivano sopraelevati due piani dell'edificio, in vista di un suo sfruttamento intensivo. Contemporaneamente, sul lato rivolto verso l'attuale corso Vittorio, venivano costruiti corpi di fabbrica ad uso abitativo.

L'opportunità di “demolire le superfetazioni" e restituire l'edificio al suo aspetto originale veniva decretata dal Comune di Roma in una delibera del 1885, nella quale veniva deciso l'esproprio del palazzetto in vista dell'apertura di corso Vittorio Emanuele II. Divenuto proprietario dell'immobile, nel 1886 il Comune bandiva "un concorso artistico per il restauro dell'edificio detto della Farnesina in via dei Baullari", di cui risultava vincitore Enrico Guj, vice direttore della Regia Scuola degli Ingegneri di Roma, che presentava un progetto improntato a criteri conservativi dell'assetto seicentesco e che per primo ne avrebbe auspicato la destinazione a museo.

Con molto ritardo, dovuto a difficoltà finanziarie, i lavori avevano inizio nel 1898. Essi comportavano, sempre sotto la direzione artistica del Guj, la demolizione dei piani sopraelevati, la ricostruzione della facciata su corso Vittorio (che comportava anche l'aggiunta dei tre piani del loggiato ad angolo su vicolo dell'Aquila), l'aggiunta della scalinata e della "piazzetta" semicircolare esterna su via dei Baullari (pensata dal Guj per eliminare il dislivello esistente tra corso Vittorio e l'attuale ingresso al museo), il rifacimento dei tetti, oltre che ingenti opere di risistemazione degli intonaci, decorazioni, infissi e il restauro dei travertini. I lavori risultano per lo più ultimati entro il 1905.

 

 

Curiosità

Esso è noto anche come "Farnesina ai Baullari" perché i gigli che ornano la sua architettura venivano erroneamente attribuiti ai Farnese

 

 

Martedì 13 Novembre 2018 ore 10.45

Prenotazione obbligatoria l Massimo 25 Persone l Quota visita guidata Euro 11.00. Visita svolta con l'ausilio di sistemi audio-riceventi
App.to ore 10.45 in corso Vittorio Emanuele II 166 al palazzo l Individua sulla Mappa l Più info sul palazzo
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